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Nel Fondo e in Superficie

Amore di Silvia e Atlante
Rita Iacomino
Prefazione di Domenico Alvino

Giulio Perrone Editore


E le cose più vere
e amate
e che dileguano
e che non rincorro
che non mi conoscono
e tutto questo nulla che scende
che sale che grida
grida solitudine e vertigine
tutto questo andare fluttuare
essere e dormire
un dormire dalla culla alla tomba
fatto di tante soste di tanti letti
e di tutto l’amare e le amare parole
mai soccorse
mai l’aggiunta a questo di risorse
mai che io veramente esca e ti veda
e vederti sarebbe ancora dormire
spendersi nel sonno agitarsi per nulla
prima che sia tardi o troppo presto
prima dell’arresto.

Rita Iacomino


Questo titolo è un tecnema che non si trova nelle retoriche istituzionali. Consiste di una specificazione dallo specificante ambiguo tra “l’amore di Silvia” e “l’amore di Silvia e di Atlante”, mancando Atlante del “di”, e non essendo certo se condivida o meno il “di” che precede “Silvia”. Si hanno dunque due possibili sintagmi: (“Amore di Silvia[;] e Atlante...?”/ Amore di Silvia e di Atlante) e la scelta dell’uno o dell’altro può determinare differenti operazioni (o effetti) di poesia, ma non potendo decidere per l’uno o per l’altro, restano in gioco ambedue, e la poesia ne è animata a trarre dal nome Silvia - nome che essa già associa a un essere silvestre, su cui la selva riversa sue musicologie e profumi e aliti di brezze – quell’amore che è in lei tutt’uno con la sua natura
silvestre e, come un respiro di selva, è determinata ad alitarlo in Atlante, che ne è invaso e imbibito. Il secondo dei due esiti ipotizzati, con la domanda inevasa “e Atlante...?”, apre almeno l’immagine di Atlante che a quel profumo volti la testa e, sollevato un momento dall’immane fatica,
allenti un po’ le braccia, sì che il cielo gli si abbassa un poco verso terra, con tutta la sacralità d’iddii e divieti, sicché l’uomo se ne contagia e si fa sublime (sub-limine) e, non contento, mette un piede oltre quella linea che è il discrimine tra bene e male, che è stesso dire fra terra e cielo.
L’immaginazione è però momentanea, anzi un niente, un’idea, un intento, e quello là in alto sulle di lui braccia non è un cielo ma un’idea di cielo con, sotto, un’idea di Atlante. Ché il mito qui non è quello antico, stanziato nella memoria, che è come dire nella storia e, così colmandosi
di forza ontologica, s’è slanciato in esistenza. Questo qui d’un amore di Silvia e Atlante – o di Silvia e di Atlante o di Silvia e non si sa cosa di Atlante – è solo un polverio che si leva su dalle pagine antiche e già nel primo verso si performa in respiro di selva che si rapprende, non in una concreta
presenza di Silvia, ma solo in un “baluginio di presenza”: Ecco nel suo incedere un baluginio di presenza... Anche questo luminescente polverio mitologico ha funzione tecnematica, e la poesia ne è impulsa a trasferire il teatro della vita dalla terra, dove è obbligato a stare, in una zona a mezzo tra desiderio e fantasia, ove tutto salendo sfuma in vapore disponibile ad assumere ogni forma. Se si pensa ai miti antichi, essi hanno una pesanteur che atterra, essendo la poesia, dal loro colmo di brutalità e sangue indotta appunto ad un’operazione di abiectio del nostro esser terra, o inchiodati a terra come alberi che non mutano di luogo e postura e solo possono alitare di foglie e di rami confabulando con la libertà dell’aria, se e quando si compiaccia di sfiorarli. O i miti sono il nostro pianto sempre per quell’essere noi terra senza via, con sogni tanti e tali e desideri atterrati, da tirarti via il fiato che ti serve a stare un po’ su di consistenza ontologica. Ebbene questa pesanteur dei miti qui è abiecta, gettata via, sicché fino una presenza non ha un supporto materiale a tenerla in essere, né ha altra concrezione che olfattiva, sì che si rileva solo a quel leggero alito o luminio di selva. Luminio che non è solo nel verso incipitario, ma si distende di verso in verso, come nella selva s’immagina che si distenda d’albero in albero o dall’uno all’altro ramo, via dislocandosi di continuo, sicché non si trova che altrove sempre fino alla fine, dove si
rinviene in figura di giovinezza, ma solo come “riverbero di una natura calcinata”.
Ciò introduce bene a dire che di propria natura l’opera doveva essere di modalità diegetica e divisa in due zone, l’una di Atlante l’altra di Silvia (da esse due cresciuto poi, ad oscurarle, quell’albero di notte intitolato Insonnia e, quanto all’Antigone, dal mito piglia solo l’interramento, è l’interramento, ma posto un po’ là dietro, in una zona d’ombra, per difesa dalla luce cruda, che brucia, che scava); e quella di Atlante aprirsi a noi come aspirazione ubiquitaria, dietro
l’annuso di quell’aria lì silvestre e vagabonda. Nella prima strofa l’aspirazione amalgama tempo e spazio, perché Silvia se ne configuri in scie ventose, in continuo spostamento con il di lui desiderio. E così la Silvia è, nel tempo, imprendibile dalla fantasia protesa, sicché il tempo perde anch’esso di stanzialità e diviene specola attraverso cui s’intravede l’eternità.
S’intenda che in questo modo la bellezza di Silvia è l’orizzonte che spezza le maglie del tempo e rende visibile l’eternità, ma con essa anche la caducità umana, proprio come la Silvia leopardiana che nel suo cadere mostra “di lontano la fredda morte”. Ne va della vita infatti, come per un
cacciatore inabile, e già prima la poesia lo aveva alluso nell’immagine degli occhi simili ad anatre capovolte nel lago.
Ma Silvia è immortale, è dovunque, anche lei ubiquitaria, come tutto in questa novella fatta di soffi ed aliti. La poesia ne è spinta ad una idea di idee, tante quante le entità per le quali essa trascorre di volta in volta, e quasi con un soffio spinge innanzi la vita di momento in momento.
È la stessa bellezza fuggente, che ci porta via lungo il tempo, e che la caparbia fantasia si rappresenta come concreta sostanza, mentre essa vive solo “in un vaso di parole”, e appare
e scompare con il loro scomporsi e ricomporsi. È come un vento impetuoso, nel quale vivono, ammaliati e fragili, uomini e animali e insetti, appena tenuti su da un sottile filo. L’esistenza stessa è intessuta di persone e universi, insetti e paradisi, e bambini e gatti, ma più di cose minime, di cui consistono le stesse grandi, sicché essa vi dilegua impallidendo fino al biancore del vuoto. Lampeggia in questo lungo impallidire il dileguo della parola stessa, al che ci si domanda cosa resti, se resti, e che amore sia possibile se non solo prima d’essa, nella natura naturans che ancora non giunge a inverarsi in una sua creazione. È Silvia forse quella natura inadempiuta, la silvestre Silvia, che si trova sempre in luoghi ove fermentano vita e morte insieme,
lungo il fiume che attraversa quella necropoli millenaria che è la storia dell’esistenza, adombrata sempre da pioggia imminente che annuvola il sogno e minaccia stanze, paretie libri.
Silvia è imprendibile dal suo pur indefesso cacciatore, possono incontrarsi solo nella natura silvestre, l’una e l’altro fatti alberi, che confabulano con il vento, che passa ed è diretto ai suoi paesi. Il tempo dell’amore si restringe, tanto che non vi entra una storia, in cui darsi nome, figli, fio
ri, occhi e palpebre come piume selvatiche. Nonc’è tempo per un volo e si è subito, anime, alle fronde alle fronde, senza nulla per riconoscersi, e solo lei, benché incredula, fa luogo a una speranza di farfalla, mutevole di forma e vita.
Ma il tutto è un riflesso frammentato, di momenti di vita e non vita, di essere e non essere, del quale tuttavia essere grati alla terra.
Stante tale premessa, la parte di Silvia non poteva che cominciare con un verso denso di implicazioni filosofiche, immettenti in piena ontologia:
La bellezza è il senso e il presupposto dello stare. Diciamo quelle che vengono in mente: lo stare come “essere eretto su”? E su che cosa? In quel mistero esploso chi sa dove e quando e come, che è l’esistenza? Vi è sì o no implicato l’essere, non solo come precondizione, ma in
qualche senso ulteriore, per es., concernente il rapporto tra la bellezza e il soggetto dello stare? E come va intesa la bellezza quale senso dello stare? Dalle risposte a simili domande dovrebbe farsi chiaro se la bellezza, essendo presupposto dello stare, lo sia anche dell’essere. Ma noi così l’intenderemo? E solo perché così opera la poesia? Conduce all’osso di seppia (cominciamo qui a dire d’un osso, che ritroveremo in fine), e tutte le altre domande le fan corteggio fabuloso
a mo’ di bordone musicale? Solo che l’indole filosofica le indurrebbe all’opposta tesi, sicché la poesia è costretta a intesservi una storia di contesa, dalla quale uscirebbe ripristinata
un’antica Weltanschauung, che fu elaborata dal classicismo europeo settecentesco tramite una vivace e originale mitografia che, ripigliando certi miti antichi, li volse originalmente
ad incontrare istanze culturali moderne. In Italia questa mitografia, prima che dal Foscolo e dal Manzoni, ebbe un importante contributo da Vincenzo Monti ne La bellezza dell’universo, poemetto che non meritava l’indifferenza ingiustamente riservata al suo autore. Vi si legge che è la bellezza a dare, sulle orme del Divino Fattore, l’ordine e le forme a questo mondo (vv. 20-22), dato che ne è governata la stessa perizia creativa (vv. 11-13).
Qui però si aggiunge il modulo della successione versale, di sospetta valenza tecnematica, dato che i versi, estremizzando il modo loro naturale d’essere, che è di reciproca isolatezza operazionale, pur in una rete di relazioni semantiche innegabili anch’esse ricche di potenzialità tecnematiche, si succedono a mo’ di stanze chiuse. Se il sospetto è fondato, presentando i sei versi altrettante condizioni tra loro diverse ed opposte, la poesia non può che pigliarne l’immagine
di un mondo senza interconnessioni, anzi minato da conflitti interni, di modo che ragioni e fatti, che pure s’impongono di forza, non sono più interpretabili secondo modi istituzionali, ed anche limiti, confini e divieti vanno per lo più ridisegnati. Tra essi vengono a ribalta isolandosi all’attenzione quelli dell’amore tra padre e figlia, i quali configurano altre possibili mappe diegetiche. A rilevarne l’eccezionalità c’è subito il lamento per l’ombra che avanza e sommerge la grande avventura. È la vecchiaia dunque, come una lacrima nello specchio, che trae su il dolore di un fiore non colto e che sta morendo con tutta la sua sete.
Storicamente la “spelonca” (I), stante il padre in letto senza riparo, può essere una stanza d’ospedale. È una vecchiaia dunque colta in prossimità della fine, e perciò inseminata di delirio che eguaglia cose, fatti e parole in una mescidanza confusa, che la poeta metaforizza in un “breviario del trapasso” (IV). Ovviamente la denominazione ha valenza tecnematica, e la poesia ne fa una scorciatoia, un modo per entrare rapidamente e senza traumi nel ceffo della morte, appena lì nascosta, pronta a spiccare il suo balzo.
Non c’è più nulla da salvare di lui, restano solo progetti irrealizzati. C’è anche l’immagine dei suoi “figli nascosti nel letto” (VI), operazionalmente un ritorno della fantasia desiderosa alla stagione fertile, sì che al momento della fine si congiunge quello dell’inizio, pieno di grida e sussurri, proprio mentre egli si costruiva il suo cielo di meraviglie. Ora il cielo è caduto dalle sue braccia. Il suo peso passa a lei, a Silvia. È lei ora ad averlo sulle braccia. Poiché lo ha ricevuto da lui, dopo così lunga ed amorevole dedizione costruttiva, il suo peso è tale che, con esso in braccio, non può più neanche dar da bere a lui, fargli da sponda al letto perché non cada (IV). Resta a lungo immobile, come tra poco lui nell’altro letto, quello di terra, dove si oscurerà. È una fantasia per lei insostenibile, tanto che si guarda in uno specchio d’acqua, e la poesia vi allestisce lo spettacolo del di lei annegamento, perché almeno sia la sua immobilità a toccare quella di lui, definitiva e irreversibile. Così è subito nel corteo funebre, la poesia ve la fionda, perché lo accompagni a sperdersi nella foresta, cioè nei fermenti naturali, ove confluiscono vita e morte, ma la poesia dice a farsi cielo, quello da lui ora dismesso e che grava sulle di lei braccia. Ecco, è a lei che torna finalmente, alla silvestre figlia che imita così bene la silvestre natura, e porta in spalla così be-
ne il suo cielo. Ivi egli è nel regno delle concezioni, al limite delle sorgenze, ed è la silvestre sua figlia, ora, Silvia a rivelargli i segreti della natura, di quel cielo che ha ereditato  da lui (X):
Guarda come le bestie si congiungono
come il destino non appartiene
agli intrecci vegetali né
la concupiscenza alle carnalità animali.
Sotto il tepore
l’uovo è fecondato
dentro la notte
Iside ripara
il tuo corpo delicato.
Si osservi come la poesia vede, oltre gli schermi che vi hanno apposto cultura e civiltà, la vergine consistenza della natura: che è pulita e linda funzione organica nei due regni,  l’animale e il vegetale, che l’umano intelligere ha inteso sottomettersi: ivi è invece la grazia degli intrecci e del tepore fecondante, ivi è lo splendore della notte accadenziale, senza – o almeno invisibili – obbligazioni direzionali, e con una pronta e serena provvidenza della materia. Ecco, ora egli è lì, tornato in questa condizione edenica, nella quale sarà ad ambedue possibile redimere tutto il miele della perduta giovinezza (XI). Lui ora “di stirpe arborea”, senza la parola che distacca e aliena (XII), lui ora è, la sua morte è congettura, non vi sono semi da raccoglierne e mettere a germoglio, né problemi ereditari (XIV). È tutto un accadere libero e innocente, solo per un momento ombrato dal timore di perdere qualcosa d’importante, forse la figura del Cristo che segna la strada e acqueta le coscienze (XIII).
Poi tutto è quell’accadere libero, anche il passato custodito nella memoria, un accadere tutto lì concreto, senza appartenenze personali né soggetti responsabili, e perciò incolpevole come la pioggia o il vento o il sospiro che viene da sé. Ma questo è un dormiveglia. La realtà agguerrita è lì presso, alle porte del sonno, se non “al centro” d’esso, e dà suoi colpi e sue scosse. Rivendica l’osservanza d’una eredità, se ve n’è una, il coltivo di probabili semenze (Al centro del sonno). Nel
dormiveglia lui reca notizie di valenze oggettive, volge la direzione dello sguardo verso profondità inattingibili dalle pupille alienate, profondità in cui si riconosce la vita alla sua fonte, lontana dalla zona dei doveri e dei sospiri (Guidi l’argento).
Si osservi come cresca su se stessa l’immagine della notte, già da noi qui sopra attinta come notte accadenziale, senza segnali visibili d’obblighi e arresti. Essa qui è il sogno edenico di Silvia, che la raffigura nella condizione in cui le appare, come bloccata sugli spalti di una città assediata da  morali, terrorismi religiosi e corrusche decretazioni (La notte si è fermata). Mentre poi il vero, dentro essa, è un accadere fluido, multiforme e inarrestabile da chiunque se ne sentisse la pretesa. E in questo fiume vorticoso la poesia getta e distende lei stessa, la Silvia silvestre, così nominalmente addossata a una tale natura (E le cose più vere), e così persa a se stessa, né di altri più né di dottrine salvifiche o consolanti catechesi, e come uno scrupolo rimosso insistentemente la campana batte alla sua insonnia (Corrono in chiesa).
È divisa tra il suo sogno e la sua veglia, tra la sua notte che cancella i segnali e il suo giorno che li ripone. Il dissi dio è sismico. Il giorno s’insinua nella sua notte e vi esplode e rigetta nella veglia ed agita i dormienti, esseri e cose che siano, con animali che ruggiscono e rumori di coltelli
(M’alzo di notte). Questo è il paesaggio dell’insonnia, fatto di piccole cose innocenti e di un azzurro che discolpa (Paesaggio della vita insonne). Ivi lei conserva la scatolina dei pensieri dolci di bimba attesa con innocenza al padre Atlante che le reggeva sulle mani il cielo perché non cadesse, ma l’altra, che non ha serbato, la scatolona della “fontana sporca” che zampilla nel sonno (Al centro del sonno), o della “terra piena di aculei” (XIII), insomma quella delle nominazioni
orrorose applicate a preziosi valori misconosciuti, e perciò generatrici di rimordenti conflitti interiori, offusca quella reliquia preziosa, tanto che lei se ne vorrebbe disfare, gettarla
via con tutto quell’amaro lì. Tutto questo rimordente uragano prende forma d’ombra che invade il letto come una luce insostenibile che fruga la coscienza (L’ombra luminosa).
Altro segno, questo: si sarà notato l’insistere sui segni, che la notte obnubila sgomberandone la coscienza. Questo segno, però, dell’ombra luminosa che ingombra il letto e che è l’impronta di lui, del padre morto, non attenua la sua luce cruda, non scompare nel buio della notte: resta lì a far del letto un patibolo persecutorio, ad empire di cunei la notte. Lo stesso titolo della lirica, Sogni di segni sottili, ne è performance testuale, tramite l’insistita allitterazione che s’intreccia con la freudiana paronomasia sogni / segni.
S’è già detto della valenza poetica del titolo Antigone.  Ma il personaggio sofocleo può essere anche segno del dissidio della coscienza, che subito appresso la poeta trasforma in una casa continuamente in fiamme, e perciò non adatta agli ospiti, nel che la poesia insinua la solitudine entro la quale si rinchiude Silvia, con il mondo tutto lì di fuori ad invitarla (Continuo ad invitarli): è la superficie alla quale affiora l’annegata, che vorrebbe restare nel fondo di quel mare di vuoto che si apre dentro lei (Questo vuoto). Il brano successivo, Cammino per strada, s’installa in una sticometria pressoché monorima dal quarto verso in giù. Da questo tecnema la poesia è tratta, diciamo non proprio infondatamente, ad una “riduzione all’osso”: lei, Silvia, s’è “ridotta all’osso”, non ad esser donna, con le primavere della carne, che volta a volta la fa rifiorire e dar frutto, con il suo cielo intorno di speranze e sogni e umori cangianti, tali da traslitterarla in donne altre, disegnate su modelli attinti dalla mobile fantasia; ma ridotta a quella donna lì e basta, che s’abbandona allo sfiorire per una via senza uscita, con sottobraccio il suo cielo ormai vizzo, che ha
perduto il suo odore e dimenticata la primavera. È questo l’osso a cui Silvia è ridotta, la poesia dice, e con Silvia tutta la natura silvestre che infiorava il suo nome e che un tempo recava i suoi profumi alle avide nari paterne. Ossa infatti va dissotterrando anche il brano successivo, Ho vissuto come un cane, le ossa interrate da lei volta a volta, lungo la vita, come un nero seme onde maturi la notte. E come una notte, nel penultimo breve canto, si avvolge intorno un dire ambiguo tra assoluzione e condanna. Certa resta la riduzione all’osso, che nell’ultimo breve stasimo si
transustanzia in nocciolo di pesca e riassume tutta la giovinezza in cui ha bruciato, calcinando la natura.

Domenico Alvino

 

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