Arte
al Chiodo 2010
“Mostra e presentazione del libro
di poesie Amore di Silvia e Atlante”
città
Sermoneta
periodo in cui si svolge l'evento 13 novembre
- 08 dicembre 2010
inaugurazione sabato 13 novembre - h.18,00
titolo della rassegna "Arte al Chiodo
2010"
luogo "il Chiodo di Sermoneta" spazio
d'arte
indirizzo Piazza del Popolo, 13 - Sermoneta
(LT)
recapiti mail barcla@email.it
recapiti telefonici 3474096112
curatore Claudio Muolo
Ass. Cult. "il Chiodo di Sermoneta"
patrocinio Comune di Sermoneta
Sabato
13 novembre
nuovo appuntamento per la rassegna
“Arte al Chiodo” 2010
a Sermoneta l’inaugurazione di
“Nel fondo e in superficie”
di Rita Iacomino
Sabato
prossimo, 13 novembre, lo spazio d’arte Il Chiodo di Sermoneta
ospiterà un vernissage che spazierà tra diverse
forme di espressione artistica. Il titolo dell’evento
è “Nel fondo e in superficie”: le sale affacciate
sulla piazza del Popolo della cittadina lepina vedranno l’esposizione
di poesie, dipinti, disegni e fotografie di Rita Iacomino. L’apertura
della mostra è prevista per le ore 18, e prevede anche
la presentazione del libro di poesie “Amore di Silvia
e Atlante”, firmato dalla stessa Iacomino. Oltre all’autrice,
che leggerà alcuni versi sul tappeto musicale offerto
da Alex Mendizabal, interverranno anche l’attrice Simonetta
Sterpetti, la pittrice Carla Nico ed il presidente dell’Associazione
Culturale Il Chiodo di Sermoneta, Luigi Ferdinando Giannini.
Rita Iacomino è nata nel 1962 ed attualmente vive a Roma.
E’ insegnante e si occupa di arti visive e poesia. Ha
pubblicato versi e prose per antologie e riviste: con la silloge
“Luoghi impraticabili della memoria” ha vinto il
“Premio Montale 1989” nella sezione inediti (“All’insegna
del pesce d’oro”, 1990). Ha pubblicato nel 1999,
per i tipi romani di Edizioni della cometa, la raccolta poetica
“Dura Verticale”.
«Questo titolo – scrive il critico Domenico Alvino
a proposito di “Amore di Silvia e Atlante” - è
un tecnema che non si trova nelle retoriche istituzionali. Consiste
di una specificazione dallo specificante ambiguo tra “l’amore
di Silvia” e “l’amore di Silvia e di Atlante”,
mancando Atlante del “di”, e non essendo certo se
condivida o meno il “di” che precede “Silvia”.
Si hanno dunque due possibili sintagmi: (“Amore di Silvia[;]
e Atlante...?”/ Amore di Silvia e di Atlante) e la scelta
dell’uno o dell’altro può determinare differenti
operazioni (o effetti) di poesia, ma non potendo decidere per
l’uno o per l’altro, restano in gioco ambedue, e
la poesia ne è animata a trarre dal nome Silvia - nome
che essa già associa a un essere silvestre, su cui la
selva riversa sue musicologie e profumi e aliti di brezze –
quell’amore che è in lei tutt’uno con la
sua natura silvestre e, come un respiro di selva, è determinata
ad alitarlo in Atlante, che ne è invaso e imbibito. Il
secondo dei due esiti ipotizzati, con la domanda inevasa “e
Atlante...?”, apre almeno l’immagine di Atlante
che a quel profumo volti la testa e, sollevato un momento dall’immane
fatica, allenti un po’ le braccia, sì che il cielo
gli si abbassa un poco verso terra, con tutta la sacralità
d’iddii e divieti, sicché l’uomo se ne contagia
e si fa sublime (sub-limine) e, non contento, mette un piede
oltre quella linea che è il discrimine tra bene e male,
che è stesso dire fra terra e cielo. L’immaginazione
è però momentanea, anzi un niente, un’idea,
un intento, e quello là in alto sulle di lui braccia
non è un cielo ma un’idea di cielo con, sotto,
un’idea di Atlante. Ché il mito qui non è
quello antico, stanziato nella memoria, che è come dire
nella storia e, così colmandosi di forza ontologica,
s’è slanciato in esistenza. Questo qui d’un
amore di Silvia e Atlante – o di Silvia e di Atlante o
di Silvia e non si sa cosa di Atlante – è solo
un polverio che si leva su dalle pagine antiche e già
nel primo verso si performa in respiro di selva che si rapprende,
non in una concreta presenza di Silvia, ma solo in un “baluginio
di presenza”».
Anche “Nel fondo e in superficie”, che sarà
visitabile sino all’8 dicembre con ingresso libero, si
inserisce nell’ambito della rassegna Arte al Chiodo 2010,
curata da Claudio Muolo.
«Ancora una volta – aggiunge Luigi Ferdinando Giannini,
presidente dell’Associazione culturale “il Chiodo
di Sermoneta” – Arte al Chiodo cerca di andare oltre
i confini tradizionali di uno spazio d’arte, per proporre
un incontro proficuo e di sicuro interesse tra la parola, l’immagine
e la musica. Il merito di questa continua ricerca espressiva
va a Claudio Muolo ed a tutti gli artisti che saranno presenti
per arricchire di significato un momento unico nel suo genere».
Arte al Chiodo 2010 è patrocinata dal Comune di Sermoneta:
per ulteriori informazioni è possibile visitare il sito
internet http://www.ilchiododisermoneta.it.

Amore
di Silvia e Atlante
Rita Iacomino
Prefazione di Domenico Alvino
Giulio
Perrone Editore
E
le cose più vere
e amate
e che dileguano
e che non rincorro
che non mi conoscono
e tutto questo nulla che scende
che sale che grida
grida solitudine e vertigine
tutto questo andare fluttuare
essere e dormire
un dormire dalla culla alla tomba
fatto di tante soste di tanti letti
e di tutto l’amare e le amare parole
mai soccorse
mai l’aggiunta a questo di risorse
mai che io veramente esca e ti veda
e vederti sarebbe ancora dormire
spendersi nel sonno agitarsi per nulla
prima che sia tardi o troppo presto
prima dell’arresto.
Rita
Iacomino
Questo
titolo è un tecnema che non si trova nelle retoriche
istituzionali. Consiste di una specificazione dallo specificante
ambiguo tra “l’amore di Silvia” e “l’amore
di Silvia e di Atlante”, mancando Atlante del “di”,
e non essendo certo se condivida o meno il “di”
che precede “Silvia”. Si hanno dunque due possibili
sintagmi: (“Amore di Silvia[;] e Atlante...?”/ Amore
di Silvia e di Atlante) e la scelta dell’uno o dell’altro
può determinare differenti operazioni (o effetti) di
poesia, ma non potendo decidere per l’uno o per l’altro,
restano in gioco ambedue, e la poesia ne è animata a
trarre dal nome Silvia - nome che essa già associa a
un essere silvestre, su cui la selva riversa sue musicologie
e profumi e aliti di brezze – quell’amore che è
in lei tutt’uno con la sua natura silvestre e, come un
respiro di selva, è determinata ad alitarlo in Atlante,
che ne è invaso e imbibito. Il secondo dei due esiti
ipotizzati, con la domanda inevasa “e Atlante...?”,
apre almeno l’immagine di Atlante che a quel profumo volti
la testa e, sollevato un momento dall’immane fatica, allenti
un po’ le braccia, sì che il cielo gli si abbassa
un poco verso terra, con tutta la sacralità d’iddii
e divieti, sicché l’uomo se ne contagia e si fa
sublime (sub-limine) e, non contento, mette un piede oltre quella
linea che è il discrimine tra bene e male, che è
stesso dire fra terra e cielo. L’immaginazione è
però momentanea, anzi un niente, un’idea, un intento,
e quello là in alto sulle di lui braccia non è
un cielo ma un’idea di cielo con, sotto, un’idea
di Atlante. Ché il mito qui non è quello antico,
stanziato nella memoria, che è come dire nella storia
e, così colmandosi di forza ontologica, s’è
slanciato in esistenza. Questo qui d’un amore di Silvia
e Atlante – o di Silvia e di Atlante o di Silvia e non
si sa cosa di Atlante – è solo un polverio che
si leva su dalle pagine antiche e già nel primo verso
si performa in respiro di selva che si rapprende, non in una
concreta presenza di Silvia, ma solo in un “baluginio
di presenza”: Ecco nel suo incedere un baluginio di presenza...
Anche questo luminescente polverio mitologico ha funzione tecnematica,
e la poesia ne è impulsa a trasferire il teatro della
vita dalla terra, dove è obbligato a stare, in una zona
a mezzo tra desiderio e fantasia, ove tutto salendo sfuma in
vapore disponibile ad assumere ogni forma. Se si pensa ai miti
antichi, essi hanno una pesanteur che atterra, essendo la poesia,
dal loro colmo di brutalità e sangue indotta appunto
ad un’operazione di abiectio del nostro esser terra, o
inchiodati a terra come alberi che non mutano di luogo e postura
e solo possono alitare di foglie e di rami confabulando con
la libertà dell’aria, se e quando si compiaccia
di sfiorarli. O i miti sono il nostro pianto sempre per quell’essere
noi terra senza via, con sogni tanti e tali e desideri atterrati,
da tirarti via il fiato che ti serve a stare un po’ su
di consistenza ontologica. Ebbene questa pesanteur dei miti
qui è abiecta, gettata via, sicché fino una presenza
non ha un supporto materiale a tenerla in essere, né
ha altra concrezione che olfattiva, sì che si rileva
solo a quel leggero alito o luminio di selva. Luminio che non
è solo nel verso incipitario, ma si distende di verso
in verso, come nella selva s’immagina che si distenda
d’albero in albero o dall’uno all’altro ramo,
via dislocandosi di continuo, sicché non si trova che
altrove sempre fino alla fine, dove si rinviene in figura di
giovinezza, ma solo come “riverbero di una natura calcinata”.
Ciò introduce bene a dire che di propria natura l’opera
doveva essere di modalità diegetica e divisa in due zone,
l’una di Atlante l’altra di Silvia (da esse due
cresciuto poi, ad oscurarle, quell’albero di notte intitolato
Insonnia e, quanto all’Antigone, dal mito piglia solo
l’interramento, è l’interramento, ma posto
un po’ là dietro, in una zona d’ombra, per
difesa dalla luce cruda, che brucia, che scava); e quella di
Atlante aprirsi a noi come aspirazione ubiquitaria, dietro l’annuso
di quell’aria lì silvestre e vagabonda. Nella prima
strofa l’aspirazione amalgama tempo e spazio, perché
Silvia se ne configuri in scie ventose, in continuo spostamento
con il di lui desiderio. E così la Silvia è, nel
tempo, imprendibile dalla fantasia protesa, sicché il
tempo perde anch’esso di stanzialità e diviene
specola attraverso cui s’intravede l’eternità.
S’intenda che in questo modo la bellezza di Silvia è
l’orizzonte che spezza le maglie del tempo e rende visibile
l’eternità, ma con essa anche la caducità
umana, proprio come la Silvia leopardiana che nel suo cadere
mostra “di lontano la fredda morte”. Ne va della
vita infatti, come per un cacciatore inabile, e già prima
la poesia lo aveva alluso nell’immagine degli occhi simili
ad anatre capovolte nel lago. Ma Silvia è immortale,
è dovunque, anche lei ubiquitaria, come tutto in questa
novella fatta di soffi ed aliti. La poesia ne è spinta
ad una idea di idee, tante quante le entità per le quali
essa trascorre di volta in volta, e quasi con un soffio spinge
innanzi la vita di momento in momento. È la stessa bellezza
fuggente, che ci porta via lungo il tempo, e che la caparbia
fantasia si rappresenta come concreta sostanza, mentre essa
vive solo “in un vaso di parole”, e appare e scompare
con il loro scomporsi e ricomporsi. È come un vento impetuoso,
nel quale vivono, ammaliati e fragili, uomini e animali e insetti,
appena tenuti su da un sottile filo. L’esistenza stessa
è intessuta di persone e universi, insetti e paradisi,
e bambini e gatti, ma più di cose minime, di cui consistono
le stesse grandi, sicché essa vi dilegua impallidendo
fino al biancore del vuoto. Lampeggia in questo lungo impallidire
il dileguo della parola stessa, al che ci si domanda cosa resti,
se resti, e che amore sia possibile se non solo prima d’essa,
nella natura naturans che ancora non giunge a inverarsi in una
sua creazione. È Silvia forse quella natura inadempiuta,
la silvestre Silvia, che si trova sempre in luoghi ove fermentano
vita e morte insieme, lungo il fiume che attraversa quella necropoli
millenaria che è la storia dell’esistenza, adombrata
sempre da pioggia imminente che annuvola il sogno e minaccia
stanze, pareti e libri. Silvia è imprendibile dal suo
pur indefesso cacciatore, possono incontrarsi solo nella natura
silvestre, l’una e l’altro fatti alberi, che confabulano
con il vento, che passa ed è diretto ai suoi paesi. Il
tempo dell’amore si restringe, tanto che non vi entra
una storia, in cui darsi nome, figli, fio ri, occhi e palpebre
come piume selvatiche. Non c’è tempo per un volo
e si è subito, anime, alle fronde alle fronde, senza
nulla per riconoscersi, e solo lei, benché incredula,
fa luogo a una speranza di farfalla, mutevole di forma e vita.
Ma il tutto è un riflesso frammentato, di momenti di
vita e non vita, di essere e non essere, del quale tuttavia
essere grati alla terra. Stante tale premessa, la parte di Silvia
non poteva che cominciare con un verso denso di implicazioni
filosofiche, immettenti in piena ontologia: La bellezza è
il senso e il presupposto dello stare. Diciamo quelle che vengono
in mente: lo stare come “essere eretto su”? E su
che cosa? In quel mistero esploso chi sa dove e quando e come,
che è l’esistenza? Vi è sì o no implicato
l’essere, non solo come precondizione, ma in qualche senso
ulteriore, per es., concernente il rapporto tra la bellezza
e il soggetto dello stare? E come va intesa la bellezza quale
senso dello stare? Dalle risposte a simili domande dovrebbe
farsi chiaro se la bellezza, essendo presupposto dello stare,
lo sia anche dell’essere. Ma noi così l’intenderemo?
E solo perché così opera la poesia? Conduce all’osso
di seppia (cominciamo qui a dire d’un osso, che ritroveremo
in fine), e tutte le altre domande le fan corteggio fabuloso
a mo’ di bordone musicale? Solo che l’indole filosofica
le indurrebbe all’opposta tesi, sicché la poesia
è costretta a intesservi una storia di contesa, dalla
quale uscirebbe ripristinata un’antica Weltanschauung,
che fu elaborata dal classicismo europeo settecentesco tramite
una vivace e originale mitografia che, ripigliando certi miti
antichi, li volse originalmente ad incontrare istanze culturali
moderne. In Italia questa mitografia, prima che dal Foscolo
e dal Manzoni, ebbe un importante contributo da Vincenzo Monti
ne La bellezza dell’universo, poemetto che non meritava
l’indifferenza ingiustamente riservata al suo autore.
Vi si legge che è la bellezza a dare, sulle orme del
Divino Fattore, l’ordine e le forme a questo mondo (vv.
20-22), dato che ne è governata la stessa perizia creativa
(vv. 11-13). Qui però si aggiunge il modulo della successione
versale, di sospetta valenza tecnematica, dato che i versi,
estremizzando il modo loro naturale d’essere, che è
di reciproca isolatezza operazionale, pur in una rete di relazioni
semantiche innegabili anch’esse ricche di potenzialità
tecnematiche, si succedono a mo’ di stanze chiuse. Se
il sospetto è fondato, presentando i sei versi altrettante
condizioni tra loro diverse ed opposte, la poesia non può
che pigliarne l’immagine di un mondo senza interconnessioni,
anzi minato da conflitti interni, di modo che ragioni e fatti,
che pure s’impongono di forza, non sono più interpretabili
secondo modi istituzionali, ed anche limiti, confini e divieti
vanno per lo più ridisegnati. Tra essi vengono a ribalta
isolandosi all’attenzione quelli dell’amore tra
padre e figlia, i quali configurano altre possibili mappe diegetiche.
A rilevarne l’eccezionalità c’è subito
il lamento per l’ombra che avanza e sommerge la grande
avventura. È la vecchiaia dunque, come una lacrima nello
specchio, che trae su il dolore di un fiore non colto e che
sta morendo con tutta la sua sete. Storicamente la “spelonca”
(I), stante il padre in letto senza riparo, può essere
una stanza d’ospedale. È una vecchiaia dunque colta
in prossimità della fine, e perciò inseminata
di delirio che eguaglia cose, fatti e parole in una mescidanza
confusa, che la poeta metaforizza in un “breviario del
trapasso” (IV). Ovviamente la denominazione ha valenza
tecnematica, e la poesia ne fa una scorciatoia, un modo per
entrare rapidamente e senza traumi nel ceffo della morte, appena
lì nascosta, pronta a spiccare il suo balzo. Non c’è
più nulla da salvare di lui, restano solo progetti irrealizzati.
C’è anche l’immagine dei suoi “figli
nascosti nel letto” (VI), operazionalmente un ritorno
della fantasia desiderosa alla stagione fertile, sì che
al momento della fine si congiunge quello dell’inizio,
pieno di grida e sussurri, proprio mentre egli si costruiva
il suo cielo di meraviglie. Ora il cielo è caduto dalle
sue braccia. Il suo peso passa a lei, a Silvia. È lei
ora ad averlo sulle braccia. Poiché lo ha ricevuto da
lui, dopo così lunga ed amorevole dedizione costruttiva,
il suo peso è tale che, con esso in braccio, non può
più neanche dar da bere a lui, fargli da sponda al letto
perché non cada (IV). Resta a lungo immobile, come tra
poco lui nell’altro letto, quello di terra, dove si oscurerà.
È una fantasia per lei insostenibile, tanto che si guarda
in uno specchio d’acqua, e la poesia vi allestisce lo
spettacolo del di lei annegamento, perché almeno sia
la sua immobilità a toccare quella di lui, definitiva
e irreversibile. Così è subito nel corteo funebre,
la poesia ve la fionda, perché lo accompagni a sperdersi
nella foresta, cioè nei fermenti naturali, ove confluiscono
vita e morte, ma la poesia dice a farsi cielo, quello da lui
ora dismesso e che grava sulle di lei braccia. Ecco, è
a lei che torna finalmente, alla silvestre figlia che imita
così bene la silvestre natura, e porta in spalla così
bene il suo cielo. Ivi egli è nel regno delle concezioni,
al limite delle sorgenze, ed è la silvestre sua figlia,
ora, Silvia a rivelargli i segreti della natura, di quel cielo
che ha ereditato da lui (X): Guarda come le bestie si congiungono
come il destino non appartiene agli intrecci vegetali né
la concupiscenza alle carnalità animali. Sotto il tepore
l’uovo è fecondato dentro la notte Iside ripara
il tuo corpo delicato. Si osservi come la poesia vede, oltre
gli schermi che vi hanno apposto cultura e civiltà, la
vergine consistenza della natura: che è pulita e linda
funzione organica nei due regni, l’animale e il vegetale,
che l’umano intelligere ha inteso sottomettersi: ivi è
invece la grazia degli intrecci e del tepore fecondante, ivi
è lo splendore della notte accadenziale, senza –
o almeno invisibili – obbligazioni direzionali, e con
una pronta e serena provvidenza della materia. Ecco, ora egli
è lì, tornato in questa condizione edenica, nella
quale sarà ad ambedue possibile redimere tutto il miele
della perduta giovinezza (XI). Lui ora “di stirpe arborea”,
senza la parola che distacca e aliena (XII), lui ora è,
la sua morte è congettura, non vi sono semi da raccoglierne
e mettere a germoglio, né problemi ereditari (XIV). È
tutto un accadere libero e innocente, solo per un momento ombrato
dal timore di perdere qualcosa d’importante, forse la
figura del Cristo che segna la strada e acqueta le coscienze
(XIII). Poi tutto è quell’accadere libero, anche
il passato custodito nella memoria, un accadere tutto lì
concreto, senza appartenenze personali né soggetti responsabili,
e perciò incolpevole come la pioggia o il vento o il
sospiro che viene da sé. Ma questo è un dormiveglia.
La realtà agguerrita è lì presso, alle
porte del sonno, se non “al centro” d’esso,
e dà suoi colpi e sue scosse. Rivendica l’osservanza
d’una eredità, se ve n’è una, il coltivo
di probabili semenze (Al centro del sonno). Nel dormiveglia
lui reca notizie di valenze oggettive, volge la direzione dello
sguardo verso profondità inattingibili dalle pupille
alienate, profondità in cui si riconosce la vita alla
sua fonte, lontana dalla zona dei doveri e dei sospiri (Guidi
l’argento). Si osservi come cresca su se stessa l’immagine
della notte, già da noi qui sopra attinta come notte
accadenziale, senza segnali visibili d’obblighi e arresti.
Essa qui è il sogno edenico di Silvia, che la raffigura
nella condizione in cui le appare, come bloccata sugli spalti
di una città assediata da morali, terrorismi religiosi
e corrusche decretazioni (La notte si è fermata). Mentre
poi il vero, dentro essa, è un accadere fluido, multiforme
e inarrestabile da chiunque se ne sentisse la pretesa. E in
questo fiume vorticoso la poesia getta e distende lei stessa,
la Silvia silvestre, così nominalmente addossata a una
tale natura (E le cose più vere), e così persa
a se stessa, né di altri più né di dottrine
salvifiche o consolanti catechesi, e come uno scrupolo rimosso
insistentemente la campana batte alla sua insonnia (Corrono
in chiesa). È divisa tra il suo sogno e la sua veglia,
tra la sua notte che cancella i segnali e il suo giorno che
li ripone. Il dissi- dio è sismico. Il giorno s’insinua
nella sua notte e vi esplode e rigetta nella veglia ed agita
i dormienti, esseri e cose che siano, con animali che ruggiscono
e rumori di coltelli (M’alzo di notte). Questo è
il paesaggio dell’insonnia, fatto di piccole cose innocenti
e di un azzurro che discolpa (Paesaggio della vita insonne).
Ivi lei conserva la scatolina dei pensieri dolci di bimba attesa
con innocenza al padre Atlante che le reggeva sulle mani il
cielo perché non cadesse, ma l’altra, che non ha
serbato, la scatolona della “fontana sporca” che
zampilla nel sonno (Al centro del sonno), o della “terra
piena di aculei” (XIII), insomma quella delle nominazioni
orrorose applicate a preziosi valori misconosciuti, e perciò
generatrici di rimordenti conflitti interiori, offusca quella
reliquia preziosa, tanto che lei se ne vorrebbe disfare, gettarla
via con tutto quell’amaro lì. Tutto questo rimordente
uragano prende forma d’ombra che invade il letto come
una luce insostenibile che fruga la coscienza (L’ombra
luminosa). Altro segno, questo: si sarà notato l’insistere
sui segni, che la notte obnubila sgomberandone la coscienza.
Questo segno, però, dell’ombra luminosa che ingombra
il letto e che è l’impronta di lui, del padre morto,
non attenua la sua luce cruda, non scompare nel buio della notte:
resta lì a far del letto un patibolo persecutorio, ad
empire di cunei la notte. Lo stesso titolo della lirica, Sogni
di segni sottili, ne è performance testuale, tramite
l’insistita allitterazione che s’intreccia con la
freudiana paronomasia sogni / segni. S’è già
detto della valenza poetica del titolo Antigone. Ma il personaggio
sofocleo può essere anche segno del dissidio della coscienza,
che subito appresso la poeta trasforma in una casa continuamente
in fiamme, e perciò non adatta agli ospiti, nel che la
poesia insinua la solitudine entro la quale si rinchiude Silvia,
con il mondo tutto lì di fuori ad invitarla (Continuo
ad invitarli): è la superficie alla quale affiora l’annegata,
che vorrebbe restare nel fondo di quel mare di vuoto che si
apre dentro lei (Questo vuoto). Il brano successivo, Cammino
per strada, s’installa in una sticometria pressoché
monorima dal quarto verso in giù. Da questo tecnema la
poesia è tratta, diciamo non proprio infondatamente,
ad una “riduzione all’osso”: lei, Silvia,
s’è “ridotta all’osso”, non ad
esser donna, con le primavere della carne, che volta a volta
la fa rifiorire e dar frutto, con il suo cielo intorno di speranze
e sogni e umori cangianti, tali da traslitterarla in donne altre,
disegnate su modelli attinti dalla mobile fantasia; ma ridotta
a quella donna lì e basta, che s’abbandona allo
sfiorire per una via senza uscita, con sottobraccio il suo cielo
ormai vizzo, che ha perduto il suo odore e dimenticata la primavera.
È questo l’osso a cui Silvia è ridotta,
la poesia dice, e con Silvia tutta la natura silvestre che infiorava
il suo nome e che un tempo recava i suoi profumi alle avide
nari paterne. Ossa infatti va dissotterrando anche il brano
successivo, Ho vissuto come un cane, le ossa interrate da lei
volta a volta, lungo la vita, come un nero seme onde maturi
la notte. E come una notte, nel penultimo breve canto, si avvolge
intorno un dire ambiguo tra assoluzione e condanna. Certa resta
la riduzione all’osso, che nell’ultimo breve stasimo
si transustanzia in nocciolo di pesca e riassume tutta la giovinezza
in cui ha bruciato, calcinando la natura.
Domenico
Alvino
